Leggo in questi giorni diversi editoriali che mettono in evidenza le carenze infrastrutturali che generano le emergenze di gestione del ciclo dei rifiuti e non vorrei che questo fosse il preludio all’ennesimo salasso sui cittadini chiamato aumento delle tasse sui rifiuti.

In realtà le Confederazioni nazionali, le associazioni di categoria e organizzazioni ambientaliste (propagatori della sindrome di Nimby), insomma il mondo lobbistico di chi attualmente sostiene chi produce, ricicla, recupera i nostri scarti, dicono “dovete impegnarvi a migliorare” ma a fronte del loro  impegno iniziale si dovrebbe intravedere un minimo di ritorno attraverso incentivi, cosa che non è.

Sembra quasi che le loro azioni non siano orientate a migliorare il circuito dell’economia circolare, e  che gli interessi e i valori circolanti in questo mondo finanziario non abbiano tra le loro priorità la riduzione di consumo di materia prima nel far ricircolare virtuosamente quanto riciclabile.

Prova è che infatti ancora troppe risorse finiscono in temodistruzione o in discarica, diventando costo puro e non risparmio per i cittadini.

D’altra parte il governo con i suoi comitati tecnici e organismi interministeriali non pare si preoccupi di spronare le attività per cui gli roganismi di azione ambientali sono stati costituiti, ma si limitano ad analizzare i dati  raccolti attraverso i bilanci di sostenibilità e le dichiarazioni annuali a cui sono sottoposte tutti i produttori e le imprese del settore.

E’ facile verificare che troppo spesso questi dati sono discordanti fra loro, e quindi nasce il lecito dubbio di una carenza di reali benefici economici, che dovrebbero ricadere fra l’altro virtuosamente nelle casse dei comuni, per una attività ad oggi praticamente ininfluente e insufficiente per incentivare un maggior impegno da parte dei cittadini.

I numeri della virtuosità dei consorzi andrebbero verificati sulla reale efficienza di riciclo e il ritorno in materia, perché il recupero energetico, chiamato anche coincenerimento o termovalorizzazione, non sono destini che riguardano i consorzi di filiera.

Bisognerebbe poi interrogarsi perché tanti interessi economici passino sempre dagli stessi operatori senza il controllo superpartes di un ente terzo, ma sono sempre gli stessi che si alternano nei ruoli.

E’ evidente che in periodi di vacche magre  questa oligarchia non può continuare, perché a pagare sono sempre i cittadini e l’ambiente.

Anzi, in un momento di rigenerazione culturale è giunto il momento di fare luce su queste discordanti gestioni e comportamenti, e mi stupisce che nessun governo tantomeno il Ministero dell’ambiente e del mare intervenga in merito.

I consorzi possono essere un patrimonio se gestiti in trasparenza, ma finché il controllore e il controllato sono gli stessi soggetti, decade ogni sano principio, lasciando spazio al lecito dubbio di un perenne conflitto d’interessi.

In termini di finanza pubblica, sarebbe eanche lecito chiedersi  perché dopo tanto impegno a raccogliere e separare nulla rientra nelle tasche dei cittadini, anzi aumentano i gravami dei miliardi di euro imposti dalle tasse sui rifiuti.

Luigi Dalla Pozza

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