Mi racconta la sua vita passata a fianco ad un padre regista che, per riuscire ad inserirsi tra i mostri sacri del cinema italiano, ha dovuto superare una lunga gavetta e molte avversità. Mariantonia mi racconta col sorriso com’è vivere accanto ad un artista che, innamorato del proprio lavoro, a volte non vede le necessità di chi ha intorno. Lei che quando sorride fa trapelare dolcezza, una forte umanità e una gentilezza del cuore che poche persone possono dire di avere. E’ una donna che con molta semplicità emana una forza straordinaria e parlare con lei ti fa vedere il mondo da una prospettiva che da solo non riesci a cogliere. Ripercorre per me la sua vita, la giovinezza fatta anche di colpi di testa magari non portati mai a termine, fino ad arrivare alla stesura del suo romanzo d’esordio “Il silenzio del sabato” Ed. Nave di Teseo, nel quale parla di un una donna madre di un figlio molto speciale, Maria e Gesù.

Com’è la vita da figlia di un famoso regista?
Essere figlia di una persona famosa ha un sacco di lati positivi, io sono cresciuta godendo al massimo di tutti i benefit derivati dal fatto di avere un padre come il mio. Al contempo però, ci sono un sacco di cose che portano i propri svantaggi. Considera che un artista è alla continua ricerca, soprattutto di raccontarsi artisticamente. Generalmente, un grande artista, non si accorge del talento di chi lo circonda non perché disinteressato ma soltanto perché ha la necessità di creare, ancora, un altro capitolo che racconti la sua “forma artistica”. La sua arte. Io, fortunatamente, sono stata notata in età giovane a quel punto tra di noi è andata definendosi ancora di più un legame anche a livello culturale che, ammetto, col tempo é diventato sempre più profondo. Purtroppo, però, molti figli d’arte si perdono per strada. Avere delle grandi possibilità, tanti privilegi, comporta inevitabilmente la perdita di una strada più umana. Molti hanno avuto grandi possibilità ma la mancanza d’amore. Io, per mia fortuna, ho avuto una madre che ha capito quale poteva essere il rischio vivendo in un mondo anche non vero, e ha preferito la via della “normalità” proteggendoci dai rischi di una professione che, per sua definizione, deve raccontare mondi anche non corrispondenti la realtà vera.

Nelle tue scelte lavorative, ha avuto peso la figura di tuo padre?
Mio padre ha avuto un grande peso. A diciassette anni mio padre mi portò sul set, lì ho avuto modo di vedere e toccare con mano la realizzazione di una pellicola cinematografica. Ecco, in quel momento mi sono innamorata di questo lavoro. Ho attraversato un’adolescenza cercando di fare cose da “bad girl” non perché realmente volessi diventarlo ma solo per attirare l’attenzione. Adesso, ripensandoci con un sorriso, dico per fortuna che tutti i tentativi sono andati male. Ammetto che per un certo periodo di tempo ho pensato che la mia vita corrispondesse alle mie aspettative fino a quando ho realizzato che molto spesso avevo fatto quello che gli altri si aspettavano che facessi e che non sempre corrispondeva a quello che realmente volevo fare. Ecco perché a cinquant’uno anni debutto con un progetto nel quale credo tantissimo e che mi dà molta soddisfazione.

La rinuncia più importante e a favore di chi…
Da quaranta a cinquant’anni dico sempre che ho fatto delle “prove” tutte dedicate alla ricerca di me stessa. E’ da pensare che lavorativamente la mia figura non è in “primo piano”, mi definisco come “colei che aggiusta le cose degli altri” e pensandoci questa non è una definizione lavorativa che dà molta soddisfazione. Una verità è che per i miei primi cinquant’ anni ho fatto tante cose che andavano bene ad altri. Ho tralasciato delle parti pensando sempre che fosse la strada giusta quella che stavo percorrendo, in pratica ho “regalato” la prima parte della mia vita. Le cose sono cambiate quando ho iniziato a realizzare il mio libro,“Il silenzio del sabato” (ed. La nave di Teseo), nel quale parlo di una donna, Maria, che affronta il grande dolore della perdita di un figlio e a cui gli Evangelisti non danno parola cercando di rispondere ad una domanda, come si può trascurare una madre nel momento più doloroso della sua vita? Ecco, questo libro è la cosa più mia.

Alcuni figli d’arte sono molto talentuosi ma, secondo te, perché non tanto quanto i loro genitori/maestri?
Faccio una precisazione, gli artisti sanno essere persone egocentriche e narcisiste. Io crescendo affianco ad un grande artista della cinematografia so per certo che è difficile dedicare del tempo alla scoperta dei talenti, anche in casa, ma solo perché tutta la famiglia è impegnata ad aiutarlo nella realizzazione del “proprio racconto artistico”. Per vivere vicino ad artisti bisogna avere anche un carattere molto forte e strutturato perché gli artisti, per loro natura, hanno periodi di forte creatività e di forte sofferenza dettata dalla ricerca della propria espressione. Può essere che chi vive con loro sviluppi un forte egoismo, tale da far dire penso a me, solo che non è sempre così. Nel mio caso, ad un certo punto, ho pensato che “viaggiare separatamente” sarebbe stata una crescita per entrambi.

Tra cinema e scrittura, cosa ti ha fatto scegliere la seconda opzione?
Sono due mondi diversi. Una volta il cinema era diverso sia nelle storie raccontate sia nel modo di raccontare. Adesso è cambiato, non riesco a vederlo e non riesco ad inserirlo tra le cose che voglio fare. Però ammetto che questo inversione di rotta, tra cinema e scrittura, è antecedente al mio pensiero, come dire, la mia “autoesclusione” precede questa considerazione. La scrittura, invece, è libertà assoluta. Se riesci davvero a raccontarti senza vergogna, anche a costo di risultare inpopolare, allora hai vinto.

Le donne virtuose. Donne che hanno saputo rinunciare a favore di terzi. Perché noi donne riusciamo a stare dietro le quinte?
La donna ha sempre avuto una sua posizione, delle volte scomoda, nel corso della storia. Pensiamo alle lotte nel corso degli anni per i diritti o le libertà. Le donne hanno sempre lottato per avere le stesse cose degli uomini come l’identità sociale e sessuale ma, a mio parere, abbiamo perso di vista le differenze oggettive che distinguono gli uni dalle altre. Inizialmente tutto è nato solo per poter avere modo di esprimerci per quello che siamo e che pensiamo ma nel corso del tempo, credo che alcuni messaggi siano stati fuorviati ed è rimasta l’idea di una lotta fatta per “fare quello che fanno gli uomini” quando nella realtà delle cose noi siamo senza rivali su alcuni fronti sia lavorativamente che umanamente, mentre gli uomini riescono in cose che a noi costano molta fatica. La differenza tra soggetti è reale ma senza voler sminuire nessuno solo esaltando le peculiarità di entrambi. Il femminismo dovrebbe essere il riconoscimento delle nostre caratteristiche non la volontà di copiare le caratteristiche altrui. Noi donne siamo esseri dal lato onirico, diverse dall’uomo per pensieri e azioni.

Anche se le donne virtuose oggi vengono celebrate, secondo te, c’è ancora paura del giudizio?
Non lo so. La società di ogni epoca ha portato il suo contributo al contrasto e al mantenimento di certe posizioni. Credo ad un certo momento subentri “l’egoismo” magari a causa dell’età, con la maturazione, la donna arriva a capire che deve qualcosa anche a se stessa. Deve fare qualcosa per lei. Io posso dire che ho iniziato presto a tenere “tutto segreto” perché mia madre non era una di quelle che ti spingeva a provare. Al contrario. Se guardo dal punto di vista letterario, ad esempio, quanti fanno un’opera e poi il nulla, perché magari hanno bruciato le tappe. Io non ho mai voluto che mi succedesse lo stesso. Ricordo che ho iniziato a scrivere il mio primo libro in cucina dopo aver letto “Una stanza tutta per sè” di Virginia Woolf . In quel libro lei parla delle donne sue contemporanee e anche se il tempo è cambiato alcune cose sono sempre uguali, devi trovare uno spazio tutto tuo prima nella testa e poi fisicamente.

Edit by Mariangela Bonaparte

A proposito dell'autore

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata