Le Attività Produttive, la Sanità e l’Ambiente, sono imprescindibili l’uno dall’altro: il nostro paese è basato su un tessuto produttivo composto dal settore manufatturiero, dell’accoglienza turistica e della ricerca scientifica.

Ho sempre pensato che questi mondi devono essere strettamente collegati. Le imprese di qualsiasi settore merceologico devono avere a cuore la sicurezza e la salute dei propri lavoratori e degli ospiti, che essi si trovino in una struttura turistica o piuttosto che nei luoghi di lavoro, cantieri, uffici ecc.

Veniamo da un tempo in cui il COVID 19 oggi ci ha fatto conoscere una parte delle nostre vulnerabilità e l’ambiente ha dimostrato un capacità di rigenerarsi con naturalezza, la flora e la fauna selvatica si è riappropriata dei propri spazi, ricordandoci ancora una volta che l’essere umano ha preso in eredità il pianeta e d’ora in poi dovrà prendersene cura ma non potrà mai governarlo.

Il denaro ha generato un circolo vizioso di interessi lobbistici e di avidità dimenticando i principi di rispetto per l’ambiente e per gli esseri umani.

Solo nell’ultimo ventennio abbiamo iniziato a fare la conta dei danni ambientali, e dei danni alla salute che ne sono conseguenza, passando dal principio di sicurezza e dal calcolo del rischio, un esercizio che facciamo inconsciamente ogni giorno, quando ci alziamo dal letto.

Già decidere cosa fare e come farlo determina un calcolo.

Vado al lavoro a piedi, in auto o con i mezzi? Il rischio quotidiano solitamente lo calcoliamo in funzione delle strane priorità che il nostro umore o la fretta ci impongono, in pratica calcolando solo il nostro obiettivo personale.

Questo però non tiene conto del rispetto per l’ambiente, ma in realta, quanto i nostri gesti e le nostre abitudini condizionano gli equilibri ambientali?

Non mi aspetto una risposta ma voglio stimolare la vostra sensibilità per il tema.

Basterebbe solo una riflessione quotidiana che ci permetta di tener conto delle conseguenze nel nostro calcolo del rischio, utile per adottare la misura più compatibile nel rispetto della qualità della vita di tutti.

Il primo inquinatore del pianeta è l’essere umano, molte volte ha declinato questa responsabilità alla rivoluzione industriale, (ma chi l’ha condotta?), per poi passare al benessere che l’industrializzazione ha generato e quindi siamo passati dalle biciclette alle auto (chi le conduce?) e poi abbiamo voluto costruire spasmodicamente enormi complessi di calcestruzzo.

Vi era la necessità di abitare nei pressi degli insediamenti produttivi perché non c’erano i servizi di trasporto, tantomeno auto, moto ecc.

Oggi, buona parte delle industrie di quell’epoca sono state chiuse e quegli stessi edifici abbandonati si sono trasformati in ghetti, diventando ricettacoli per la malavita.

Va anche tenuto conto che queste aree dismesse sono contaminate da inquinanti e rifiuti di ogni genere derivanti dai cicli produttivi, questo avelenamento penetra dal terreno fino alle falde acquifere, compromettendo la qualità dell’acqua, provocando danni per la salute dei cittadini.

Gli interventi di bonifica, quasi sempre sono stati lasciati in eredità allo Stato, in quanto le aziende che hanno inquinato sono fallite, con devastanti conseguenze per l’ambiente e la salute.

E’ chiaro che legato ad essi c’è un aspetto economico: per gli elevati costi d’intervento queste situazioni vengono solo monitorate, resta il fatto che se non si interviene alla svelta i danni potrebbero essere irreversibili.

Come se non bastasse abbiamo avuto generazioni di ambientalisti, ecologisti, animalisti che hanno fomentato paure e terrorismo a difesa dei propri ideali, eludendo contradditori ragionevoli che potessero individuare soluzioni adeguate e sostenibili, indispensabili a individuare le compatibilità con il sistema produttivo, rendendolo performante con gli aspetti ambientali e con la qualità della vita.

In questa situazione di precarietà della sua esistenza, l’essere umano non solo non agisce per rimediare, ma persevera nei peggiori comportamenti.

Con il miglioramento economico le famiglie hanno iniziate finalmente a godersi le splendide scampagnatele, così dette “ gite fuori porta”.

Un momento conviviale, legato alle prime auto private, un segnale della forza che uomini e donne hanno dimostrato nel dopoguerra. Questo sviluppo consumistico non è stato accompagnato da un altrettanto veloce percorso educativo e quindi è iniziato un comportamento inadeguato che non teneva conto del rispetto per l’ambiente, iniziato con l’abbandono di rifiuti nei luoghi di villeggiatura, l’incuria nell’accendere un fuoco nel bosco provocando roghi, (ricordate il calcolo del rischio?).

Insomma, purtroppo ancora una volta la causa dei mali è  l’essere umano.

Vi pongo una domanda; potremo mai ricondurre al buonsenso e alla difesa del pianeta questa specie vivente?

Si, solo attraverso un adeguato livello di educazione civica e ambientale, senza tabù, cancellando la sediziosa sindrome di nimby (Not in my back yard), un fenomeno che di fatto prodotto danni a tutto il tessuto industriale, contagiando rapidamente il tessuto sociale più vulnerabile, iniettando fumi di parole che dipingevamo un mondo grigio, anzi direi nero.

Questo non deve più accadere, a partire dall’agricoltura, la prima sorgente per la nostra salute. L’economia circolare, la raccolta differenziata e il suo ciclo di recupero devono coincidere con la produzione consapevole di tutti i prodotti, usando materiali riciclati, riciclabili o recuperabili, attivando un piano di rigenerazione urbana che preveda il recupero di tutte queste aree dismesse, industriali, civili, pubbliche o private, facendo rivivere i paesi evitando la migrazione e gli spostamenti.

Il dopo COVID 19 sarà complicato, come complicata sarà la ripartenza dei centri commerciali come li abbiamo vissuti fin d’ora.

Si dovrà rigenerare e riportare in prossimità tutti quei servizi, negozi, botteghe, cioè la ricchezza dei territori, il valore della cultura rurale, artigiana che ha fatto grande il nostro paese.

Il tutto deve essere guidato da una ricerca scientifica orientata a individuare la soluzione per uno stile di vita migliore.

Uno stile di vita sostenibile per ridare ad ognuno il proprio spazio, e l’ambiente deve ospitarci proteggendoci.

Luigi Dalla Pozza

Vicepresidente Fondazione Lombardia Ambiente

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