Vogliamo chiamarla istantanea accelerazione di un congelamento temporale? 
La fotografia esprime il viaggio mutato di un’ispirazione, il nostro riflesso, il talento che si muta in oggetto e l’insaziabile bulimia del sorprendere.
Possiamo definirlo il mezzo di comunicazione più universale al mondo, tuttavia è in continua bramosa evoluzione, questo costringe chi parla con la fotografia ad essere un futurista presente. E’ un nuovo modo di esprimere la parola e con essa si espone una piccola storia, un progetto, un evento o una vita.
Carlo Perazzolo, fotografo professionista di Vicenza, ha imparato un metodo, il metodo, per raccontare e raccontarsi.

Che cosa deve avere una foto perché si possa definire comunicativa?
Deve contenere una momento transitorio, un’azione, e deve generare un’intuizione.
Fare in modo che chi la osserva intuisca il suo “prima” ed il suo “dopo”.
Deve necessariamente trasmettere all’osservatore la cultura del fotografo, l’insieme delle conoscenze che ne hanno guidato la sensibilità personale a fissare proprio quel momento, da quel punto di vista, rispetto all’immensità dei punti di vista e momenti disponibili. Se il fotografo è stato bravo, il risultato di questa combinazione sarà assunto dall’osservatore come il migliore possibile per esprimere l’azione o il soggetto. Che sia questo un prodotto, una persona, un edificio un sentimento o un insieme di tutti questi soggetti. E’ altresì molto importante, all’interno del processo creativo, considerare tutte le variabili funzionali al “rispetto del soggetto”: la sua forma ed il modo in cui la luce la definisce e la valorizza, l’espressione e la proporzione della gestualità umana, la postura e la direzione dell’azione, come anche il concetto stesso di fotogenia, devono essere i criteri fondamentali a cui il fotografo deve far riferimento ancora prima di comporre l’immagine. Il risultato ottimale si traduce nell’efficacia del messaggio fotografico. Una buona fotografia, del resto, è come una barzelletta: se la devi spiegare vuol dire che non è venuta bene.

©Carlo Perazzolo/carloperazzolo.com

La fotografia è una comunicazione silenziosa, è un atto meditativo, penetrante. Come si riesce a far tanto rumore con un semplice click?
A mio parere è passato il tempo in cui le fotografie smuovevano anime, generavano rivoluzioni o correnti artistiche.
Oggi siamo soggetti ad un’overdose quotidiana di messaggi veicolati attraverso le immagini, una specie di bulimia visuale, che per assurdo ne svalorizza l’efficacia in modo netto rispetto a quanto accadeva anche solo 20 anni fa. La sfida odierna è generare immagini che trasmettano un messaggio (che sia commerciale o informativo) in modo efficace nel tempo di uno “scroll” di pollice sulla timeline quotidiana di chi ne dovrà usufruire. I dispositivi mobili infatti, hanno costretto chi si occupa di comunicazione a cambiare completamente i paradigmi di produzione e trasmissione dei contenuti, facendo riferimento ad una condizione di “presente continuo” della quale siamo tutti vittime: una notizia, una pubblicità o un qualsiasi messaggio rivolto ad un target potenziale, è inserito in un flusso di informazioni senza tempo, dove il prima ed il dopo si fondono e qualsiasi cosa invecchia in un momento. Non esiste più la narrativa tradizionale, quella che presuppone la comprensione di una immagine e del suo contenuto.
Tutto si interseca in un panorama a più livelli di coscienza, nel quale l’utente del nostro messaggio ha anche più identità, rendendo davvero difficile attirare l’attenzione consapevole del soggetto.
Tra l’altro, l’utilizzatore delle immagini (il pubblico destinatario) non ha spesso il tempo di soffermarsi e capire se il messaggio vale la considerazione o meno, perché è subito attratto dal contenuto successivo o, alla peggio, dalla negazione del messaggio stesso secondo il ben noto meccanismo della post-verità.
Tuttavia, nonostante questo difficile scenario, credo che la comunicazione fotografica efficace resti, insieme all’arte in generale, uno dei pochi strumenti che riuscirà nel tempo a contrastare questa “digifrenia” per un motivo molto semplice: una fotografia resta immutata, descrive il tempo e lo spazio in modo univoco e costringe l’osservatore ad un ragionamento. E’ più fruibile dei contenuti video e richiede comunque meno tempo per essere caricata o trasmessa anche dal dispositivo più obsoleto. Ai fotografi, e a chi commissiona il loro lavoro, corre l’obbligo forse poco contemporaneo di confrontarsi maggiormente attraverso i metodi più efficaci prima di produrre qualsiasi contenuto di comunicazione: il dialogo, il sopralluogo, l’analisi del messaggio, del soggetto e dei destinatari, cercando il più possibile di rispettare una regola fondamentale in fotografia. Escludere ciò che non c’entra.

VICENZA 19 GIUGNO 2015 – Villaggio Camp Ederle, visita della First Lady Michelle Obama e delle figlie presso il villaggio americano nell’ambito di un tour in Italia della moglie del presidente Obama. ©Carlo Perazzolo/IPA

Scattare è come scrivere una poesia, un romanzo, raccontami una fotografia.
Potrei fare riferimento alle parole di uno dei miei autori preferiti, Henri Cartier Bresson: per me la fotografia consiste nel riconoscimento immediato, in una frazione di secondo, del significato di un evento e di una precisa organizzazione di forme che danno all’evento la sua migliore espressione. Credo che, per il fatto di vivere, la scoperta di noi stessi avvenga contemporaneamente alla scoperta del mondo intorno a noi, che può modellarci, ma può essere anche da noi influenzato. Fra questi due mondi, quello che è dentro di noi e quello che ci circonda, bisogna stabilire un equilibrio. In conseguenza di un processo di costante interazione, i due mondi si fondono in uno solo. Ed è questo mondo che dobbiamo riuscire ad esprimere.

“Arte di descrivere con la luce”, questo è il significato di fotografia. Lo condivide?
Senza luce non esisterebbe nessuna fotografia, e nessun tipo di arte figurativa.
La fotografia rende evidente l’effetto della luce sulle cose secondo i limiti dello strumento necessario a riprenderla, la macchina fotografica, e secondo quelli del fotografo che fa scattare l’otturatore. Ciò che ognuno di noi vede all’interno di questo processo fisico, è arte o spazzatura a seconda della propria cultura.
Tuttavia credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate. Ed è questo, secondo me, uno dei doni di questo mezzo di comunicazione. La fotografia poi ha un carattere ossessivo, estatico e narcisistico. È un’attività solitaria, e come tutte le cose che si fanno in solitaria, ti mette a confronto con i tuoi limiti. La vera difficoltà è rimanere semplici, nonostante se stessi.

Edit by Stefania Zilio • Photo by Carlo Perazzolo

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