«L’importante nella vita è avere il coraggio di non fare per forza ciò che ti dicono gli altri ma di seguire le proprie attitudini che magari si scoprono strada facendo. Cercando di cambiare. Ho fatto un viaggio interiore per realizzare un sogno con l’ago, il filo e l’innovazione ». Silvia Terrenghi, è un architetto atipico, che partendo dallo studio Fat maison, creato dieci anni fa con il marito Diego Quadrelli a Monza, si è re-inventata come sarta 5.0 coniugando la sintesi della creazione artistica nelle linee architettoniche con un marchio italiano al 100% che produce in edizione limitata e certificata borse d’arte.

Izybeau è un on the road con sperimentazioni di materiali apparentemente lontanissimi come la vetro resina e la pelle artigianale pieno fiore che s’incontrano, piacendosi, nella prototipazione del processo di prodotto, oggi indispensabile per scalare il mercato, soprattutto quello digitale con un sistema di vendita esclusivamente on-line, principalmente rivolto ai mercati esteri. E’ nello studio d’architettura Fat maison, che si trova la bottega di Silvia, all’interno di uno splendido palazzo liberty anni 20’ con pavimento in marmette e le decorazioni in ferro battuto in stile Regina Margherita, a Monza. Bisogna riavvolgere il nastro per ripercorrere la storia di Fat maison, che con gli anni è riuscito a crescere fino a consolidarsi nel mondo dell’interior con una linea classica, conquistando principalmente il mercato arabo. «Eravamo due studenti startuppers – dice Diego Quadrelli, owner Fat maison – pieni di sogni e non ci aspettavamo di poter crescere così tanto in un periodo storico-economico molto complesso, senza scappare dall’Italia ». Infatti è dal pertugio di una delle porte in vetro e ferro battuto decò che esce il segreto di Izybeau: l’ispirazione di Silvia è nata nel segno di Dafne, la bambina dal nome mitologico che contribuisce a creare una linea di borse d’arte con un pezzo unico per ogni collezione. Con un fiore all’occhiello : «Credo al ritorno di un umanesimo che riporta al centro dell’attenzione la manualità e la capacità di dettaglio, marchio di fabbrica italiano nel mondo. Nell’era digitale dove tutto è veloce e low cost, mi sono chiesta se il tout court e il metodo sartoriale dalla A alla Z, possono essere, oggi, delle linee guida per altri startuppers. Cerco le trame per riscoprire l’autenticità dei gesti che hanno accompagnato il quotidiano di intere generazioni, che poi sono sfociate nelle sartorie d’autore. Non è un caso che le mie due macchine da cucire Singer e Pfaff sono di mia nonna, mamma e suocera». Un ordito controcorrente che sfida apertamente la moda del custom-made, perchè Izybeau torna ad affrontare il mercato partendo da una idea che si realizza con un prodotto puro e simbolico. Come un’ opera d’arte quotidiana con un must-have dai forti connotati eleganti e lussuosi. « Mi sento un pò ottocentesca – conclude Silvia – e ho la fortuna di sentire gli odori della campagna in città, il profumo delle macchine da cucire. Poi se posso sperimentare dei tessuti tecnologici delle sale chirurgiche americane con i bottoni clip della soffitta della nonna, è perchè mi ispiro ai viaggi e mi piace cercare l’essenzialità in ogni ricordo».

Edit by Silvia Terrenghi, architetto Fat Maison

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