Il Fiero Equino

by Roberta Vanore
Potente, vitale e intrepido. Emblema di grazia, forza e nobiltà, il cavallo è un animale intelligente dallo spirito libero, associato spesso alla sfera inconscia e alle pulsioni sessuali per la sua istintualità selvaggia ma “domabile”. Cavalcato da prodi condottieri e sovrani bramosi di gloria nelle più importanti battaglie della storia, il destriero ha affascinato artisti e pittori, nelle cui tele è apparso come oggetto di studio anatomico, figura leggendaria o vessillo del potere.

All’epoca preistorica risalgono le prime pitture parietali realizzate dagli uomini primitivi, che decoravano le grotte con incisioni e raffigurazioni di cavalli selvatici. Nell’arte greca troviamo le prime indagini precise del cavallo. La perfezione è raggiunta nel V secolo a.C. dallo scultore ateniese Fidia. Con gli antichi Romani inizia lo studio dell’anatomia di questo animale, mezzo bellico e quotidiano ma anche simbolo dello status quo. Numerosi i monumenti equestri dedicati a personaggi illustri come Marco Aurelio, Caligola e Gattamelata. Nel Medioevo spiccano le statue di Donatello, del Verrocchio e di Leonardo da Vinci. Nella pittura religiosa del Cristianesimo il cavallo bianco, simbolo di purezza, è associato a santi, principi, donne e cavalieri cortesi. Nel Rinascimento italiano si raggiunge il culmine della scultura equestre, e in pittura il tema ritorna in Paolo Uccello, Mantegna, Tiziano, Raffaello e Salvator Rosa. Nel Barocco il ritratto a cavallo primeggia nella pittura fiamminga di Rubens, Van Dyck e dello spagnolo Velázquez.

Alla fine del 1700 fra i più grandi pittori di puledri, oltre a de Dreux e Delacroix, spiccano George Stubbs e Théodore Géricault, che devono la fama mondiale proprio alla perfezione dei loro dipinti di cavalli. Ma è con il Neoclassicismo e il Romanticismo, che la rappresentazione pittorica del purosangue raggiunge l’apice. Nell’Ottocento il cavallo, fedele alleato del signore, incarna l’eroismo titanico. L’esempio più eclatante di titanismo è il capolavoro del Neoclassicismo “Napoleone valica il San Bernardo” (1801) di Jacques-Louis David. Questo dipinto mostra Bonaparte in sella a Marengo, il suo cavallo da guerra, che prende il nome dalla battaglia in cui il condottiero ha sconfitto gli austriaci. In quest’opera il bonapartista David esalta la grandezza immortale del futuro imperatore. Il “fiero equino”, splendido e focoso stallone bianco, è raffigurato mentre impenna: un’immagine spettacolare che si accompagna al gesto con cui Napoleone sprona i soldati alla vittoria. Ad aumentare la solennità e drammaticità della scena è il tempestoso paesaggio alpino: un dirupo con incisi nelle rocce i nomi dei grandi condottieri (Annibale, Carlo Magno e Napoleone) che hanno valicato le Alpi. Con David, Marengo diventa il simbolo della gloria del grande generale: in tutta la storia dell’arte nessun altro cavallo era mai riuscito ad esprimere in modo così incisivo che il suo cavaliere era il dominatore del mondo.
Nel Preromanticismo a prevalere è invece l’inconscio e l’irrazionale.

L’immaginazione sovrasta la realtà e l’arte diventa rappresentazione del mondo interiore e delle inquietudini dell’uomo moderno. In epoca romantica il cavallo è una potente figura iconografica, maestosa e terrificante incarnazione delle forze istintuali e passionali. L’immagine imponente e affascinante del destriero incarna perfettamente la teoria estetica del “sublime” di Edmund Burke, in cui ad essere enfatizzato è il “terrore che affascina”. La più alta rappresentazione iconografica di cavallo sublime si trova nell’”Incubo” (1790-91) di Johann Heinrich Füssli. In inglese “nightmare” (incubo) significa “cavallo notturno”, ovvero un mostriciattolo grottesco che di notte tormenta il sonno delle fanciulle opprimendone il petto. In una camera da letto una donna giace priva di sensi e un orrendo mostro, personificazione dell’incubo e simbolo di erotismo, la sovrasta, mentre da una tenda spunta la testa di un cavallo spettrale con inquietanti occhi bianchi, metafora della sessualità. La novità assoluta dell’”Incubo” di Füssli è che si tratta della prima riproduzione pittorica di uno stato d’animo psicologico. Questo dipinto anticipa la psicoanalisi freudiana rappresentando i recessi più oscuri della psiche umana durante l’attività onirica.

Con l’Impressionismo francese di Monet, Manet e Degas la pittura diventa un insieme di macchie di colore, sfruttate per rappresentare il movimento dei cavalli in corsa o al galoppo negli ippodromi. Se negli impressionisti il cavallo era espressione della ricca borghesia del secolo, nel Postimpressionismo di Paul Gauguin invece questo animale è simbolo di spiritualità. Il suo “Il cavallo bianco” (1898) è allo stato brado, immerso nella vegetazione di Tahiti, dove il suo candore spicca tra i colori accesi della natura. Coloratissimi anche i cavalli di Franz Marc, fondatore del gruppo di espressionisti “Der Blaue Reiter” (“Il cavaliere azzurro”). Nel suo dipinto “I grandi cavalli blu” (1911), i cavalli esprimono purezza, interiorità e spiritualità. Ben diversi invece i cavalli di Giovanni Fattori che appartengono alla quotidianità della vita dell’uomo.
Nel XX secolo scompare l’utilità del cavallo, ma questo animale è ancora fonte d’ispirazione nell’arte. Il più grande genio artistico dell’epoca, Pablo Picasso raffigura un cavallo nel suo capolavoro cubista “Guernica” (1937). Realizzato nel 1937 per l’Esposizione Universale di Parigi, il grande dipinto murale è contemporaneo alla guerra civile in Spagna e al bombardamento della cittadina basca Guernica. Picasso esprime il suo sdegno raffigurando l’atrocità e la devastazione della guerra.

Il dipinto è  il primo intervento della cultura nella lotta politica. In uno spazio indefinito risaltano le figure di tre animali: un toro – simbolo della brutalità e della Spagna offesa – una colomba agonizzate e, in posizione centrale, un cavallo, metafora del popolo ferito. La figura equestre incarna il dolore universale: la sua bocca è spalancata, bloccata in uno straziante grido muto che accomuna tutti: uomini e bestie. Il cubismo aumenta la drammaticità dell’opera sconvolgendo le forme, mentre l’assenza di colori (solo bianco, nero e grigio) crea un’emozione cromatica enfatizzata da toni cupi e drammatici. I cavalli nel bosco del surrealista Magritte sono enigmatici e simbolisti, mentre Boccioni dipinge un cavallo futurista: un impetuoso stallone rosso fuoco, esplosione di energia e vitalità, metafora del progresso visto come forza indomabile. Con Giorgio de Chirico è protagonista un imperscrutabile mistero metafisico. L’artista è affascinato dalla figura mitologica di Arione, il cavallo bianco solitario nel bosco. Collocati in un tempo indefinito, privo di esseri umani, i suoi onirici destrieri sono agili, potenti e vibranti di vita. La figura equina appartiene ad un universo visionario anche in Salvador Dalí, che la carica di un’inquietante simbologia ne “La tentazione di Sant’Antonio” (1946), dove un santo contrasta con la croce un possente cavallo bianco imbizzarrito, allegoria di forza e lussuria, e quattro elefanti con lunghissime zampe sottili, metafora del potere e delle tentazioni erotiche.

Anche l’arte del XXI secolo mostra interesse per i destrieri. Originali i puledri selvaggi del pittore sardo Aligi Sassu. Interessante l’esuberante erotismo degli stalloni senza cavaliere dello scultore Francesco Messina e le statue di Marino Marini, dove i purosangue trasmettono forza e coraggio al cavaliere, caricandosi di un potente simbolismo metafora dell’inquietante tormento degli eventi del secolo. Perché non esiste vera arte che non sappia generare forti emozioni

 

Powerful, vital and intrepid. Emblem of grace, strength and nobility, the horse is a clever animal with free spirit, often associated with the unconscious sphere and sexual instincts for its wild but “tamable” instinct. Ridden by prodigal soldiers and sovereigns craving for glory during the most important battles in history, the horse fascinated artists and painters, in whose canvases it appeared as anatomical study, legendary figure or banner of power.

The first primal paintings made by primitive men date back to prehistoric times. Men decorated caves with incisions and depictions of wild horses. In Greek art, we find the first precise studies of the horse. Perfection is achieved in the 5th century B.C. by the Athenian sculptor Fidia. With the ancient Romans the study of the anatomy of this animal begins, as a war and daily tool, but also as a status symbol. Numerous are the equestrian monuments dedicated to eminent personalities such as Marco Aurelio, Caligola and Gattamelata. In the Middle Ages the statues of Donatello, Verrocchio and Leonardo da Vinci stand out. In the religious painting of Christianity, the white horse is a symbol of purity associated with saints, princes, women, and courteous knights. In the Italian Renaissance the culmination of equestrian sculpture is reached. In painting, the theme comes back with Paolo Uccello, Mantegna, Tiziano, Raffaello and Salvator Rosa. In the Baroque period, portraits on horseback head in Flemish paintings by Rubens, Van Dyck and Spanish Velázquez.

At the end of 1700, among the greatest foal painters, in addition to De Dreux and Delacroix, George Stubbs and Théodore Géricault stand out, who are world famous thanks to the perfection of their horse paintings. But it is with Neoclassicism and Romanticism that the pictorial representation of the thoroughbred reaches its peak. In the nineteenth century, the horse, the faithful ally of the lord, embodies titanic heroism. The most striking example of titanism is the Neoclassic masterpiece by Jacques-Louis David, “Napoleon Crossing the Saint-Bernard ” (1801). This painting shows Bonaparte riding Marengo, his war horse, named after the battle in which the leader defeated the Austrians. In this work, bonapartist David exalts the immortal grandeur of the future emperor. The “proud horse”, the stunning and fiery white stallion, is depicted as it rears: it is a spectacular image accompanying the gesture with which Napoleon incites soldiers to victory. To increase the solemnity and dramatic force of the scene is the stormy alpine landscape: a cliff with engraved names of the great leaders (Annibale, Charlemagne and Napoleon) who have crossed the Alps. With David, Marengo becomes the symbol of the glory of the great general: throughout the history of art no other horse ever manage to convey a strong impression that its knight was the ruler of the world. In Pre-Romanticism, it are the unconscious and the irrational that prevail. Imagination overwhelms reality and art becomes a representation of the inner world and the anxieties of modern man. In Romantic times, the horse is a powerful iconographic, majestic and terrifying incarnation of instinctive and passionate forces. The impressive and charming image of the horse perfectly embodies the aesthetic theory of Edmund Burke’s “sublime”, in which the “terror that fascinates” is emphasized. The highest iconographic representation of a sublime horse is found in Johann Heinrich Füssli’s “Nightmare” (1790-91). In English, “nightmare” means “night horse”, or a grotesque monster who torments the girls’ sleep at night. In a bedroom a woman lies unconscious and a horrible monster, the personification of the nightmare and symbol of eroticism, overwhelms her, while a shadow of a ghostly horse head with disturbing white eyes appears from a curtain.

This is a metaphor of sexuality. The absolute novelty of Füssli’s “Nightmare” is that it is the first pictorial reproduction of a psychological state of mind. This painting anticipates Freudian psychoanalysis, representing the darkest recesses of the human psyche during dream activity. With the French Impressionism of Monet, Manet and Degas, painting becomes a set of color stains, exploited to represent the movement of horses running or galloping in the racecourses. If in the Impressionists the horse was an expression of the rich bourgeoisie of the century, in Paul Gauguin’s post-Impressionism this animal is a symbol of spirituality. His “The White Horse” (1898) is in the wild, immersed in the vegetation of Tahiti, where his candor stands out among the bright colors of nature. Very colorful are also the horses of Franz Marc, founder of the expressionist group “Der Blaue Reiter” (“The Blue Knight”). In his painting “The Large Blue Horses” (1911), horses express purity, interiority, and spirituality. John F. Fattori’s horses are very different. They belong to daily life of man. In the 20th century the horse’s utility disappeared, but this animal is still a source of inspiration in art. The greatest artistic genius of that time, Pablo Picasso, depicts a horse in his cubist masterpiece “Guernica” (1937).

Made in 1937 for the Paris Universal Exhibition, the great wall painting is contemporary to the civil war in Spain and the bombing of the Basque town of Guernica. Picasso expresses his disdain depicting the atrocity and devastation of war. The painting is the first intervention of culture in the political struggle. In an indefinite space the figures of three animals stand out: a bull – symbol of brutality and of offended Spain – an agonizing dove and, centrally, a horse, as the metaphor of injured people. The equestrian figure embodies universal pain: its mouth is wide open, blocked in a lamentable mute cry that unites everyone: men and beasts. Cubism increases the drama force of the work by upsetting the shapes, while the absence of colors (white, black and gray only) creates a chromatic emotion emphasized by dark and dramatic tones. The horses in the woods of the surrealist Magritte are enigmatic and symbolist, while Boccioni paints a futuristic horse: an impetuous fire red stallion, explosion of energy and vitality, a metaphor of progress seen as an indomitable force. With Giorgio de Chirico the protagonist is an inscrutable metaphysical mystery.

The artist is fascinated by the mythical figure of Arione, the white lonely horse in the woods. Placed indefinitely, devoid of human beings, its dreamlike horses are agile, powerful and vibrant in life. The equine figure belongs to a visionary universe also for Salvador Dalí. Such universe is charged with an alarming symbolism in “The temptation of St. Anthony” (1946), where a saint contrasts with the cross a mighty skittish white horse, the allegory of strength and lust, and four elephants with very thin paws, metaphors of power and erotic temptations. The art of the 21st century also shows interest for horses. Originals are the savage foals of Sardinian painter Aligi Sassu. Of interest are the exuberant eroticism of the stallions without the knight of the sculptor Francesco Messina and the statues of Marino Marini, where the thoroughbred transmits strength and courage to the knight, loading a powerful symbolism, metaphor of the agonizing torment of the events of the century. There is no real art which cannot generate strong emotions.

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