Pioniera della moderna definizione di Fashion Editor, a lei dobbiamo i grandi cambiamenti che hanno portato il mondo della moda al livello superiore della Comunicazione. Diana Vreeland, francese di nascita e newyorchese d’adozione (1903-1989), di famiglia benestante deve, probabilmente, la sua popolarità alla madre che non considerandola graziosa come la sorella la definì sempre “il mio piccolo mostro”. I cambiamenti artistico-culturali che attraversarono gli anni della sua giovinezza e i cambiamenti nel mondo della moda portati da Paul Poiret forgiarono il suo modo di affrontare, da donna, la vita quotidiana. Dopo il matrimonio con il banchiere americano Thomas Reed Vreeland, nel 1924, aprì a Londra una Boutique per sole donne all’interno della quale celebrava, con un modo del tutto personale, la sua visione dell’emisfero femminile.

Donna audace per i canoni dell’epoca, tal volta irriverente anche nell’abbigliamento, Diana Vreeland vantava tra le sue clienti più affezionate Wallis Simpson, futura moglie di Edoardo VIII Duca di Windsor, titolo avuto dopo aver abdicato al trono del Regno Unito. Conscia che “d’imparare non si finisce mai”, Diana, innamorata della città che le diede i natali, continuò a tornare a Parigi, fulcro dei cambiamenti che la moda portava nei guardaroba delle signore che sempre di più appartenevano attivamente a ruoli sociali dedicati in tempi passati solo agli uomini. Nella bella e romantica città europea la Vreeland intrecciò rapporti con due signore che, come lei, avevano una visione della donna autonoma ed evoluta. Insieme le tre donne, Diana, Coco Chanel e Suzanne Belperron, mossero passi all’unisono, ognuna nel proprio settore di competenza, portando avanti la figura di una donna che viveva ardentemente i tempi.

Gli anni che seguirono, videro la Vreeland sempre più al centro della scena del jet set mondiale. La più invitata, la più seguita, la più considerata e la più imitata. La donna non invidiata per il suo aspetto fisico ma per il suo modo di vivere. A coronamento di questa sua riconoscibilità, Harper’s Bazaar, magazine a quei tempi primo in edicola, la inserisce nel proprio mondo con la rubrica “Why don’t you?”. Qui elargiva consigli, uno dei più famosi era “perché non lavate i capelli di vostra figlia bionda con lo champagne avanzato come fanno le francesi, così diventa più bionda”. Consigli a volte dal sapore fiabesco che suonavano, all’orecchio di chi ascoltava, come delle verità in perle verso la realizzazione di una vita principesca. Per una signora che prima delle ore dodici non metteva piedi giù dal letto, gli anni lavorativi all’interno del magazine più accreditato degli Stati Uniti d’America, furono carichi di stimoli a tal punto da portarla ad essere la prima Fashion Editor a presentare al mondo intero il Bikini mentre i juke box facevano ballare le donne americane al suono di “Itsy Bitsy Teeny Weny Yellow Polka Dot Bikini”. Fu lei che per prima articolò e argomentò, realizzando un contesto narrativo preciso, il mondo del lusso non più descrivendolo come un racconto fine a se stesso, ma come una realtà sofisticata che se pur d’elite, per alcuni aspetti, accessibile a tutte.

Ventisei anni da Fashion Editor all’interno di Harper’s Bazaar si chiusero con il suo passaggio in Vogue nel 1962. Gli anni che videro la direzione di Vogue in mano a Diana furono carichi di storie appassionanti, scabrose e quotidiane perché grazie a lei mannequin, fino a quel momento sconosciute, iniziarono ad essere chiamate col proprio nome. Le giovani dive del cinema divennero testimonial di grandi brand e, in alcuni casi, sconosciuti fotografi talentuosi divennero gli autori nominati di grandi storie visive. La seconda rivista più letta dal popolo americano si era guadagnata, dando il lavoro di Editor in chief alla Vreeland, il primo posto nella vendita in edicola. Il modo visionario di guardare il mondo che adottava Diana, fece si che Vogue non parlasse soltanto in termini “luxury”, ma toccasse argomenti cari alla quotidianità come ad esempio la minigonna, icona di sfrontatezza e sicurezza delle giovani donne degli anni ’60 e dei moti rivoluzionari che portavano con loro i forti cambiamenti di pensiero, e ancora The Beatles. Insomma la sua direzione rivendicava fortemente e sempre il diritto di sapere le informazioni reali, costi la rabbia dei conservatori.

La futuristica Diana Vreeland fu trampolino di lancio di molti stilisti, un esempio per tutti è quello di Manolo Blahnik. Scartato diverse volte, in lei trovò un’alleata nella presentazione della sua prima collezione e poi ancora Emilio Pucci, Missoni e Valentino che grazie alla sua amica Vreeland ebbe la possibilità di disegnare il vestito per le nozze di Aristotele Onassis. Nel 1970, i ruoli si rivoluzionarono ancora e la sua rinuncia al ruolo ricoperto per tanti anni in Vogue portò la rivista a registrare perdite nelle vendite, nei partner e nei consensi riducendo le uscite da ventidue a dodici. Alla splendida età di sessant’anni, Diana Vreeland, non pensa alla pensione ma accetta l’incarico come Consulente del Costume per far rinascere a nuova vita uno dei punti di riferimento della grande mela, il Metropolitan Museum of Art. Diana Vreeland fu una donna forte e determinata. Riuscì a trasformare la sua passione in un lavoro e cambiò i suoi punti deboli in leve per il successo e la notorietà. Lei, che attraverso le pagine delle riveste che guidò, riuscì a dare voce a coloro che non venivano ascoltati, accese la fantasia di chi si sentiva escluso. Il Capo Redattore, Diana Vreeland, entrava nella case delle donne americane come amica, consigliera e motivatrice.

Edit by Melody Laurino

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