Ammiravo l’immensità del Palazzo Reale vanvitelliano e non potevo fare a meno di ripensare alle parole di Francesco Piccolo, quando nel suo libro “Il desiderio di essere come tutti” descrive la nascita del protagonista, avvenuta a nove anni. Quando, una sera verso il calar del sole, salta il muro della reggia della sua città, Caserta, e si ritrova proprio in cima, appena sotto la cascata. Qui, nei giardini di corte deserti intuisce, nel silenzio e nella solitudine, di essere finalmente parte del tutto, hic et nunc e oltre il tempo. Una consapevolezza di rinascita che ci piace percepire anche nei volti dei protagonisti di Campania Stories, di quei produttori che sono riuniti qui, in questo monumento patrimonio mondiale dell’Umanità, un inno alla Bellezza e alla Storia, per la presentazione dell’edizione 2018.

Che Diana Cataldo e Massimo Iannaccone sognassero in grande, lo ricordiamo fin dai tempi in cui organizzarono nel normanno castello della Leonessa di Montemiletto una memorabile anteprima di Taurasi. Da allora quanti passi sono stati fatti dal duo di Miriade & Partners! Sotto le loro ali hanno accolto tanti produttori campani per presentarli alla stampa durante un evento unico in Italia, che, ringraziando il cielo, non è mai una vera anteprima (poiché si spazia indietro nelle annate di ben dieci anni). Non per niente l’hanno titolata Campania stories. Un racconto che tratteggia così un profilo del complesso universo enologico campano. Quasi una novantina le aziende locali (duecentoventi i vini assaggiati) che ci hanno accompagnato in un riuscito viaggio alla scoperta della Campania Felix. Un quadro difficile da delineare, considerando che è assai complicato tracciare un profilo univoco (e meno male) di un territorio che dal nord, Roccamonfina, al sud, al confine con la Basilicata, si estende per trecento chilometri. Le degustazioni si sono svolte a Napoli, nel chiostro cinquecentesco di Palazzo Caracciolo.

Questo per far sentire i giornalisti parte di una delle più belle e pulsanti città campane (gli organizzatori hanno anche pensato a una visita della città con sosta in uno dei luoghi simbolo del mondo della pizza napoletana, l’antica pizzeria “Da Michele”). Cominciamo la nostra degustazione partendo dai vini bianchi, che ogni anno ci confermano la sensazione di trovarci di fronte a dei grandi vini, che sanno invecchiare molto bene. Dalla degustazione è emerso uno scenario positivo che conferma la crescita qualitativa delle aziende campane.

Principiamo con il Fiano, vitigno presumibilmente di origine italica, considerato uno dei grandi bianchi autoctoni del Bel Paese, capace di offrire il meglio di sé dopo un adeguato periodo d’invecchiamento. Il Fiano ha trovato la sua piena valorizzazione in Irpinia, dove dà origine al vino Fiano di Avellino (già Doc dal 1978, dal 2003 Docg).
I principali descrittori comprendono: tiglio, rosa, mela, agrumi, menta, erbe aromatiche, nocciola, mandorla e miele. Nel corso degli anni emergono più chiaramente i timbri minerali più complessi di iodio, fumé e idrocarburi. Ci concentriamo sull’ultima annata la 2017, di cui abbiamo apprezzato il Pietracalda di Feudi di San Gregorio, il fiano di Avellino di Villa Raiano, il Paestum fiano Donnaluna di Viticoltori De Conciliis e il Cilento Fiano Cumalé di Casebianche.

Proseguiamo con un altro vitigno, il Greco di Tufo capace di esprimere struttura, acidità elevata, sapidità e mineralità, ma anche un carattere ruvido. Generalmente non è un vino longevo, ma a tavola è estremamente versatile. Riconosciuto con la Docg nel 2003 (nel 1970 la Doc), dimostra originalità e complessità. All’assaggio ci hanno particolarmente colpito, sempre riferendoci alla 2017, il Greco di Tufo Vigna Cicogna di Ferrara Benito, quello di Petilia, di Tenuta del Meriggio, di Donnachiara e il Cutizzi di Feud di San Gregorio.

La storia secolare della Falanghina oggi si traduce in produzioni enologiche di grande pregio. E’ anche il vitigno prevalente nella base ampelografica di alcuni dei più apprezzati vini bianchi Doc della Campania. Le sue caratteristiche principali sono la trasversalità ed ecletticità: naso dolce e delicato, fruttato (tropicale, mela annurca, melograno) con sfumature vegetali (felce) e floreali (tuberosa), struttura beverina che ben si presta ad essere spumantizzata e anche a produrre vini passiti. Dotata di un’acidità sostenuta, normalmente affina in acciaio ma ben si integra anche con il legno. Durante gli assaggi riferiti a questo vitigno abbiamo particolarmente apprezzato sempre per il millesimo 2017, il Campania Falangina Civico 2 di Tenuta Fontana e il Campania Falanghina Preta di Capolino Perlingieri.

A chiudere, sottolineiamo gli impressivi assaggi dei bianchi della costiera amalfitana, con il Costa d’Amalfi Ravello Bianco Selva delle Monache 2017 (come avrete capito per i bianchi ci siamo concentrati solo sulla 2017, nonostante ci fossero grandi vini anche di altre annate).

Non avete mai assaggiato Piedirosso, Casavecchia, Pallagrello nero, Lacryma Christi, Aglianico, Taurasi? Immagino di sì, ma se non l’avete ancora fatto (come abbiamo potuto noi in terra d’origine) vi invitiamo a farlo.
In particolare il Piedirosso è da scoprire. Le sue caratteristiche? Gradevole e dalla beva disimpegnata, secondo i codici moderni, semplice nella sua quotidianità, trasversale e gastronomico, adatto alla tavola. Accogliente senza essere banale, il Piedirosso, con la sua sottigliezza, succosità e fragranza, esprime spesso nel bicchiere una croccantezza gourmand. Abbiamo particolarmente apprezzato, riferendoci per i rossi ad annate ovviamente più vecchie (i 2017 in realtà sono quattro e non sono Piedirosso, ma due vorrei citarli, il Penisola Sorrentino Gragnano Ottouve di Salvatore Martusciello e il Paestum Bacio il cielo di Viticoltori de Conciliis), i 2016 di: Campi Flegrei Piedirosso di Agnanum di Salvatore Martuscello, il Sannio Sant’Agata dei Goti Piedirosso Artus di Mustilli.

Per il Palagrello nero ottimo il Rosso Sabbie di Sopra il Bosco di Nanni Copè 2016.

Per i rossi a base aglianico, abbiamo gustato con soddisfazione l’Irpinia Campi Taurasini Satyricon 2015, il Sannio Sant’Agata dei Goti Aglianico Cesco di Nece di Mutili, l’Irpinia Aglianico Campi Taurasini Cretarossa I Favati 2012, l’Irpinia Aglianico Vigna Quattro Confini di Benito Ferrara, il Paestum Aglianico Naima 2010 di Viticoltori De Conciliis.

Per quello che riguarda il Taurasi si stanno proponendo vini intensi ma non nerboruti, meno fiaccati dal legno e con un futuro interessante davanti. In particolare abbiamo goduto del Taurasi Coste di Contrade di Taurasi 2012, del Taurasi Di Prisco 2012 e del Taurasi Riserva 2008 di Perillo.

Edit by Alessandra Piubello

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